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    July 12

    PAPPAGALLI VERDI

    La Pink Ward è un grande stanzone, la più grande corsia dell'ospedale di Quetta, in Pakistan, quaranta letti sempre occupati e la porta come quella dei saloon, dipinta di un rosa disgustoso. Quella sera di dicembre, usciamo dalla sala operatoria poco prima delle dieci. con me c'è Peter, bravo anestetista di Copehagen, alto e allapanato. Aveva accettato volentieri, come sempre , la proposta di un piatto di pasta da me.La pasta è per noi, italiani girovaghi, un'arma preziosa, un mezzo sicuro per socializzare e iniziare a capirsi con gente di altre culture e tradizioni. Non siamo di guardia, questa notte.decidiamo di passare per la Pink Ward, prima di andarcene, per vedere un malato operato il mattino: meglio chiedere all'infermiera di turno se ci sono problemi.

    La strada per l'ospedale è la stessa che porta al confine con l'Afghanistan, un centinaio di chilometri più a est. Da lì arrivano i feriti. C'è traffico la sera, su quella strada buia, e si rischia spesso di trovarsi in faccia a un camion che corre veloce a luci spente. Meglio evitare di dover tornare in ospedale mezz'ora dopo.Anche in corsia le luci sono spente, come sempre. Ma nella Pink Ward c'è qualcosa che attira la nostra attenzione. Ci avviciniamo. Il sacchetto di plastica trasparente che avvolge la testa è gonfio d'aria e legato al collo con un tubo da fleboclisi. Peter reagisce subito, strappa il sacchetto, sciolglie il nodo, chiama aiuto. Finalmente una torcia. e' un ragazzino, ha testa e occhi bendati, è cianotico in volto, incoscente, non respira. Arriva una bombola di ossigeno,  Peter lo rianima veloce, io sono confuso. Ricomincia a respirare, Mohammed Abdullah, qualche minuto e riprende conoscienza. Scorro la cartella clinica: era stato operato da noi, tre giorni pirma. Shelling injury, tante schegge metalliche, alla testa, al torace e al volto, ferito durante un bombardamento nel suo villaggio in Afghanistan.

    Un occhio completamente distrutto, l'altro ci era parso forse recuperabile. "Chiamare l'oculista", c'è scritto in cartella. Ce ne uno disponibile in zona, passa da Qetta ogni cinque o sei giorni. Poi qualche prescrizione, antibiotici, antidolorifici quando necessari, tutto qui.  Che imbecilli siamo stati! Abbiamo un ragazzino con gli occhi bendati da tre giorni, e nessuno di noi ha pensato di parlargli, di spiegargli che si riprenderà, che potrà vedere ancora... Magari una mezza bugia lo avrebbe aiutato in quei momenti, magari avrebbe evitato quel gesto folle. D'accordo, c'è tanto da fare, più di venti feriti arrivano in ospedale ogni giorno, ma non ci sono scuse, è in gran parte coplpa nostra, o mia, per essere più precisi. Non abbiamo più voglia di cenare. Vado a letto presto ma fatico ad addormentarmi, penso a Mohammed. Cosa avrà provato in questi tre giorni? Era nel cortile di casa quando il razzo è esploso, forse stava giocando. Da allora non ha visto più nulla, e si è ritrovato in un altro paese, al buio da solo. forse ha pensato a lungo ai tanti giorni a venire, tutti bui come quelle notti. Non l'ha accettato, Mohammed. E ha deciso di morire, anzi di uccidersi, a dodici anni, ragazzino afgano cresciuto come molti in mezzo alla violenzae alla miseria. uno come tanti che hanno visto spesso morti e feriti tutt0intorno, villaggio e case squartati dai bombardamenti che durano da decenni.

    Se la vita è questa, si sarà detto Mohammed, non ne vale la pena. E si lega un sacchetto al collo.